Il 10 giugno, una notizia ha fatto sul portale di archeologia “Ancient Origins” una comparsa fulminea ed è scomparsa subito dopo. E’ probabile che i curatori del portale abbiano deciso di sospendere il relativo articolo nell’attesa di saperne di più, di avere quanto meno un’informazione più certa, ma io ve la riporto ugualmente, anche se mi scuso se quanto sto per dirvi è il frutto di una rapida scorsa all’articolo che non ho poi più ritrovato, ragione per la quale mi è adesso impossibile essere preciso riguardo ai dati.
In Francia è stata portata alla luce una sepoltura di età celtica che ha sconcertato parecchio gli archeologi.
La persona inumata, infatti era accompagnata da un ricco corredo funebre che comprendeva sia armi sia gioielli e monili tipicamente femminili, fra cui uno specchio di bronzo lucido. Non si è quindi riusciti a capire il sesso della persona inumata, anche perché del bacino, che solitamente è la parte dello scheletro che consente meglio di capire il sesso, è rimasto ben poco. Bisognerà attendere l’analisi del DNA delle ossa.
Per quanto mi riguarda, tenderei a escludere che si tratti della tomba di un Vladimir Luxuria di età celtica, mi sembra molto più verosimile che si tratti di una donna guerriera, di un’amazzone.
Sarà bene ricordare a tale proposito che nella zona della Russia meridionale e dell’Ucraina, (guarda caso, proprio la zona di quel Chersoneso che gli antichi Greci consideravano patria delle amazzoni) sono state ritrovate sepolture femminili in cui erano presenti corredi funebri analoghi a questo, con la contemporanea presenza di armi e monili femminili, per cui anche l’archeologia ufficiale ha finito per ammettere a denti stretti che, ebbene si, la leggenda delle amazzoni potrebbe avere un fondamento storico.
D’altra parte, noi sappiamo che nella società celtica la donna godeva di una notevole considerazione, senz’altro maggiore di quella accordatale da Greci e Romani. La storia ci ha tramandato il nome di almeno due donne capotribù, due “regine” celtiche, Catmandua che fu alleata dei Romani, e Budicca (o Boadicea) che invece di Roma fu fiera avversaria.
Tuttavia, questa è una tematica riguardo alla quale occorre fare uno sforzo di onestà. Se oggi andate in libreria e sfogliate i libri di heroic fantasy, di avventure di ambientazione antica o medioevale, vedete che su quelle pagine di amazzoni, di eroine guerriere ce ne sono a bizzeffe, ma questa è semplicemente una mistificazione che serve a solleticare l’ego delle lettrici. La realtà è molto diversa, e nella storia reale le amazzoni e le guerriere sono state estremamente rare.
Il “modello amazzone”, quello cioè di società in cui l’onere dell’“arte della guerra” è demandato alla parte femminile di esse, è estremamente raro, è un modello storicamente perdente, su questo non c’è dubbio, ma la ragione di ciò non è “l’oppressione patriarcale maschile” verso le donne, e neppure, in ultima analisi, la maggiore forza fisica del maschio, ma qualcosa di più sottile, strettamente connesso alla biologia umana. (nelle società antiche ciò non è stato verosimilmente argomentato, ma c’è stato all’opera un meccanismo di selezione per cui le comunità che facevano le scelte “giuste” andavano avanti, le altre no).
Il numero di figli che una donna può avere nel corso della vita è limitato dai tempi delle gravidanze e anche dal numero di ovuli di cui dispone prima della menopausa. Al contrario, un uomo potrebbe produrre sperma in quantità praticamente illimitata. Per questo, i vuoti nella popolazione maschile possono essere facilmente colmati, mentre le donne in età fertile rappresentano per qualsiasi popolazione “un capitale” genetico e demografico troppo prezioso per essere arrischiato sui campi di battaglia.
Ripartiamo stavolta da alcune considerazioni riguardanti la nostra Penisola. Noi Italiani, lo sappiamo da tempo, siamo specialisti in complessi di inferiorità e discorsi autolesionistici. Occupandomi dei complessi megalitici delle Isole Britanniche o di quelli tedeschi come Externsteine, Gosek, l’oppidum celtico di Heuneburg o ancora il ricco e da noi in gran parte sconosciuto megalitismo dell’Europa orientale e della Russia su cui i regimi comunisti finché sono durati, avevano imposto una cappa di silenzio, ho sempre il timore di incentivare in qualche lettore il gusto per l’esotismo o peggio, un senso di inferiorità in quanto italiani.
Si tratta di atteggiamenti che in realtà non hanno alcun motivo di esistere. Già prima del sorgere delle civiltà etrusca e romana, l’Italia è inserita a pieno titolo nello sviluppo della grande cultura europea delle origini. L’abbiamo ampiamente visto nei tre articoli de L’Italia megalitica e poi più recentemente nella ventiduesima parte di questa serie, tutta incentrata su inedite scoperte nostrane, davvero come se la pandemia di covid19 che in questo momento imperversa con forza negli Stati Uniti finora epicentro della “cultura” mondiale avesse permesso alla dea Roma e agli dei italici di riprendere il dialogo con i loro immemori discendenti.
Ora a tutto ciò aggiungiamo un ulteriore tassello. Il 5 giugno il periodico “Abruzzo zona locale” ha dato notizia del ritrovamento ad Abbateggio nella Valle Giumentina che fa parte del Parco Nazionale della Maiella, di una statua-stele di oltre due metri di lunghezza, scolpita in modo sommariamente antropomorfo nella parte superiore. Per ora, non se ne sa di più, e il manufatto dovrà essere attentamente studiato, ma certamente è molto antico, anche se per ora è impossibile una datazione precisa.
Non passa però molto tempo che la palla torna nuovamente in Italia. Il 13 giugno “Espero News” (esperonews.it) presenta un articolo a firma Carmelo Montagna, che ci parla del ritrovamento di quella che sembra essere un’antica mappa del cielo. In un riparo preistorico noto come Riparo Cassataro nei pressi di Centuripe (Enna) che presenta alcune pitture parietali, sono state ritrovate delle coppelle incise che riprodurrebbero la disposizione delle stelle della costellazione di Orione e delle Pleiadi.
La scoperta non è nuovissima, sarebbe stata fatta da un ricercatore indipendente, Giovanni Cirasa nel 2017, tuttavia non stupisce che se ne parli soltanto adesso, sappiamo come queste cose vanno a rilento da noi.
Io direi che sarebbe il caso di affiancare questa scoperta a quelle delle pietre solari di cui vi ho parlato nella ventiduesima parte: l’una e le altre potrebbero costituire la testimonianza di un antico culto uranico nella Sicilia preistorica. Certamente, l’idea ricorrente di un mondo mediterraneo (e cosa c’è di più mediterraneo della Sicilia?) dal punto di vista spirituale ctonio-lunare-matriarcale in contrapposizione a un nord uranico e solare, è una semplificazione eccessiva, poco rispondente alla realtà.
D’altra parte, ricorderete che, secondo quanto abbiamo visto nella ventiquattresima parte, l’idea di un antico matriarcato delle culture mediterranee, cara ai ricercatori del XIX secolo (Bachofen prima di tutti) andrebbe molto ridimensionata, esprimerebbe a conti fatti, più che una realtà (prei)storica, le tendenze femministe dell’epoca moderna, oltre che un certo sussiego del mondo nordico-germanico nei confronti di quello mediterraneo.
Il 16 giugno, il gruppo facebook “L’immagine perduta” ha pubblicato un link al sito “Shardana, i popoli del mare”, che pubblicizza il libro di Leonardo Melis dal medesimo titolo, che d’altra parte sembra essere solo uno dei diversi testi che questo ricercatore ha dedicato a quelli che sarebbero stati gli antichi Sardi.
Fra i Popoli del Mare che posero fine al Medio Regno egizio, così come gli Hyksos avevano posto fine al Regno Antico, troviamo gli Shardanas (Sardi) e i Shekeles (ragionevolmente i Siculi), tuttavia, ragionare nei termini di una contrapposizione fra Siculi e Sardi è sicuramente sbagliato. Ne abbiamo già parlato, il ritrovamento di una “sfera solare” di pietra nei pressi della piramide sarda di Monte D’Accoddi, assolutamente analoga a quelle che sono state rinvenute in diverse località siciliane, fa pensare a collegamenti molto antichi fra le culture delle due isole. D’altra parte, analoghi collegamenti non devono essere mancati nemmeno con le culture dell’Italia continentale, e ne fa fede proprio il fatto che la piramide di Monte d’Accoddi che è una piramide tronca, appartiene con ogni probabilità alla stessa tipologia di piramidi altare che ritroviamo a Bomarzo e nel parco di Veio.
Abbiamo visto, e forse è questo il frutto più importante delle nostre ricerche, che l’Europa è terra antichissima di civiltà, molto più di quanto racconti l’archeologia ufficiale abbagliata dalle favole egizie e mesopotamiche, possiamo ora aggiungere che in ciò la nostra Italia ha avuto una posizione di primo piano già prima del sorgere della civiltà etrusca e di quella romana.
Un grande passato la cui memoria non deve andare dispersa, se vogliamo avere la consapevolezza di noi stessi necessaria a garantirci un futuro.
Alla metà di giugno un articolo su “Notiziescientifiche.it” ci informa che a opera dell’Istituto Max Planck di Antropologia Evolutiva di Lipsia è stato portato a termine il sequenziamento del DNA dai resti di una donna neanderthaliana vissuta in Russia nella località di Chagyrskaya tra 60 e 80.000 anni fa.
L’autore principale della ricerca è un italiano, Fabrizio Mafessoni. Bisogna notare che finora era stato possibile sequenziare il DNA completo (o ragionevolmente completo) solo di altri due individui neanderthaliani, uno proveniente dalla grotta di Vindija in Croazia e l’altro, più vecchio di 40.000 anni dalla celebre grotta siberiana di Denisova (che sembra aver ospitato in tempi diversi i Denisoviani a cui ha dato il nome, neanderthaliani, e infine sapiens anatomicamente moderni). Si è potuto constatare che la donna di Chagyrskaya somigliava geneticamente più all’uomo di Vindija che a quello di Denisova.
Più conosciamo questi nostri antichi parenti, più ci appaiono simili a noi, infatti:
“I risultati delle analisi del DNA di questa donna suggeriscono che lo striato, un’area del cervello responsabile di caratteristiche quali la cognizione, il processo decisionale, la motivazione e la percezione della ricompensa, avrebbe svolto un ruolo più importante, unico, nei Neanderthal rispetto agli altri ominidi”.
Quindi caratteristiche prettamente umane che fanno dei neandertaliani a tutti gli effetti membri della nostra specie, ma questo molti ricercatori esitano ancora a dirlo, forse per non urtare il dogma evoluzionista. Il fatto che si continui a parlare degli uomini di Neanderthal come di “ominidi” denuncia la persistenza del pregiudizio, li si vorrebbe comunque porre più indietro di noi, come pioli di una scala dei nostri antenati che, man mano che si arretra nel tempo, vorrebbe attribuire loro caratteristiche sempre più scimmiesche, compatibilmente con il dogma evoluzionista, ma è proprio questo dogma che oggi alla luce delle scoperte più recenti (l’uomo di Atapuerca per dirne una, che si è scoperto essere un sapiens vecchio di quasi mezzo milione di anni), appare molto meno solido che in un recente passato.
Il 12 giugno “Folio.ca”, pubblicazione canadese dell’università di Alberta ha pubblicato un articolo a firma di Geoff McMaster che ci parla della domesticazione delle renne. Secondo uno studio condotto dall’antropologo Robert Losey presso i Nenet, una popolazione di allevatori di renne della Siberia settentrionale, essa sarebbe una pratica molto antica, molto più antica di quanto generalmente non si pensi. Losey è giunto a questa conclusione esaminando sia le mutazioni avvenute nelle renne in seguito alla domesticazione, sia i resti degli antichi cani, la cui cooperazione è essenziale nel controllo dei branchi di renne (in modo simile ai nostri cani da pastore).
Ci sarebbe stato un graduale passaggio dal seguire i branchi di questi animali come prede da caccia all’allevamento transumante, attraverso una vera e propria selezione, eliminando gli esemplari maschi che tendevano a formare branchi autonomi, in modo da avere mandrie compatte e più facilmente controllabili, un processo che avrebbe gradualmente differenziato la renna dal suo parente selvatico, il caribù.
Se vi ricordate, io avevo a suo tempo avanzato l’ipotesi non solo che l’allevamento transumante delle renne sia in effetti molto antico, ma che esso sia stato “un modello” che poi applicato ai bovini, abbia gradatamente portato all’addomesticamento di questi animali, cosa che sarebbe avvenuta in Europa o in Eurasia settentrionale, e non certo in Medio Oriente. E’ sempre una soddisfazione quando si vedono le proprie intuizioni confermate dal lavoro degli specialisti.
Il 17 giugno un articolo di Alicia McDermott su “Ancient Origins” ci porta nuove rivelazioni su di un altro importante monumento megalitico, la tomba di Newgrange in Irlanda. I genetisti del Trinity College di Dublino hanno sottoposto ad analisi il DNA dei resti umani contenuti nella tomba ed hanno fatto una scoperta sorprendente i cui esiti sono stati comunicati ad “Ancient Origins” dal professor Daniel Bradley responsabile dello studio.
Gli esseri umani sono diploidi, cioè ogni carattere è l’espressione di una coppia di geni, o di gruppi di geni che agiscono in coppia, metà dei quali sono ereditati dalla parte paterna e metà dalla parte materna. I geni che lavorano in coppia si definiscono alleli.
L’analisi del DNA ha dimostrato che le persone che sono state inumate a Newgrange avevano alleli estremamente simili, i loro genitori erano perlopiù parenti di primo grado, cioè fratello e sorella oppure padre e figlia, madre e figlio.
Teniamo conto del fatto che sepolture imponenti come quelle della valle del Meath di cui Newgrange è semplicemente la più famosa e meglio conservata, ma neppure la più imponente, non erano certo destinate ai ceti popolari, ma riservate alle élites. Ne consegue che queste ultime praticavano l’incesto dinastico in modo simile a quello dei faraoni egizi.
Ciò, ha spiegato Daniel Bradley, può fornire indicazioni sul tipo di società che ha realizzato questi monumenti.
Per ora ci lasciamo proprio alla vigilia del solstizio estivo. Possiamo essere sicuri che il momento annuale di massimo fulgore del sole non mancherà di apportarci importanti novità circa le nostre origini.
NOTA: nell’illustrazione, a sinistra un’amazzone da una pittura vascolare greca, sembra che amazzoni o donne guerriere esistessero anche nel mondo celtico. Al centro, Shardana, i popoli del mare di Leonardo Melis, a destra l’interno della tomba a corridoio di Newgrange. Pare che le famiglie nobili della cultura irlandese della valle del Meath praticassero l’incesto dinastico in modo simile ai faraoni egizi.
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