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24 Marzo 2025
Antropogeografia

Atlantisti & Atlantoidi – Rita Remagnino

L’uscita dall’inverno glaciale non fu un passaggio lineare, ma un processo complesso e contraddittorio dominato dall’Elemento Acqua, come testimoniano le più antiche tradizioni: “O esperto ingegnere reale, costruisci navi marittime, spinte sull’acqua dai nostri esperti, e aeroplani, che si muovono e volano verso l’alto, dietro le nuvole che risiedono nella regione centrale, che volano come le barche si muovono sul mare, che volano in alto sopra e sotto le nuvole acquose. Sii, quindi, prospero in questo mondo creato dal DIO onnipresente e vola sia nell’aria che nei fulmini” (Yajurveda 10:19).
Tralasciando l’immagine degli «aeroplani», che ci porterebbe troppo lontano, è interessante notare l’importanza attribuita dal testo alla navigazione e al mare, che in quest’epoca furono le forze trainanti dell’evoluzione umana, contribuendo in modo significativo alla nascita di grandi civiltà. Ne sono un esempio i viaggi transatlantici degli Atlanti, artefici in Mesoamerica di un cruciale processo di civilizzazione che si protrasse per secoli, e del quale conosciamo solo una minima parte.

Per esempio, è ancora ignota la misteriosa ed evoluta civiltà ancestrale che occupava i territori messicani di Veracruz e Tabasco prima dell’arrivo degli Olmechi (1200-400 a.C.). Nel Periodo Preclassico, o Formativo (250 a.C. – 900 d.C.) comparvero i Maya. Poi, venne il turno dei Toltechi (X-XII secolo d.C.). Tutti questi popoli trovarono già bell’e pronti i centri cerimoniali che sorgevano nei dintorni della Tula mesoamericana, situata nell’attuale stato di Hidalgo (Messico), però restano sconosciuti gli artefici. Possiamo solo immaginare che ciascuno si sia appropriato di queste strutture, probabilmente senza comprenderle fino in fondo, iniziando subito dopo a tessere nuove storie sulla trama di ciò che restava di quelle precedenti [immagine 1].

Simili avvicendamenti riflettono la natura intrinsecamente plurale del «tempo sociale», che non è la somma di una mera successione di eventi, ma si configura come un’elaborata alchimia di memorie e influenze in cui passato e presente si fondono in modo indistinto. Forse non sapremo mai chi furono gli straordinari maestri dei Toltechi, però nella lingua nahuatl il termine «toltec» (o «toltecatl», al singolare) significa “grande maestro artigiano” o “artista esperto“, e una tale profondità di conoscenza non si ottiene in poco tempo: risulta piuttosto dal coronamento di un lungo viaggio geografico e temporale alimentato da pazienza, esperienza, dedizione e sacrificio (J. Prescott, Civiltà Precolombiane: Splendore e Misteri delle Culture Antiche delle Americhe, Independently published, 2024).
Chiaramente nulla può provare nero su bianco il tipo di rapporto realmente esistito tra Atlanti e Olmechi, ciò nondimeno è plausibile che alcuni gruppi umani in fuga dalle devastazioni nordatlantiche si siano riposizionati a sud-est del continente americano e ibridati con gli aborigeni, prima del rialzo definitivo delle acque marine che rese impraticabili i mari. Le nuove terre erano tiepide e attraenti, adatte all’agricoltura e ricche di ossidiana, un vetro vulcanico naturale molto ricercato in tempi preistorici poiché combinava utilità pratica, valore economico e significati culturali.

Una storia analoga si ritrova sul versante opposto dell’Atlantico, in direzione sud-ovest, dove l’inabissamento del Doggerland spinse gli artigiani e i mercanti locali a spostare le piazze dei propri affari nella pianeggiante isola danese di Sjælland, a Helgoland, e negli odierni Paesi Bassi. I più intraprendenti si spinsero ancora più a sud, affidandosi prima alle acque del fiume Elba (in tedesco: Elbe) e poi al Danubio, lungo le sponde del quale diffusero un elemento prima di allora sconosciuto alle popolazioni continentali: il baratto, destinato a diventare il motore della rapida espansione degli scambi commerciali in Europa, facilitando la circolazione delle merci, producendo profitti inattesi.

Tutto lascia supporre che le radici storiche e antropologiche di “the City” affondino nella preistoria. Non stupirebbe, del resto, se lo spirito mercantilistico fosse emerso come reazione alle distruzioni che sconvolsero il Nordatlantico, diventando poi l’espressione di una ferma volontà di riscatto. Quando si perde tutto l’istinto spinge a desiderare più del necessario, quasi a voler costruire una riserva di sicurezza contro gli imprevisti che il futuro nasconde nell’ombra.
Lo rivela il fatto che nelle regioni meno colpite dalle catastrofi postglaciali, come ad esempio quelle affacciate al Mediterraneo e al Mar Nero, il desiderio di accumulo come difesa contro l’incertezza della vita si sia manifestato molto più tardi. In queste aree il baratto giunse solo nel III millennio a.C., probabilmente al seguito dei mercanti fenici, i quali, per una curiosa coincidenza, provenivano dalle regioni un tempo occupate dai doggerlandiani.

Se ciò corrisponde al vero, significa che furono i «proto-atlantisti» – gli antenati di inglesi, danesi e olandesi – a spingere la bonaria Era dei Civilizzatori nelle fauci dell’Età dei Conquistatori. Di fronte alla crescente domanda di materie prime, i lupi di mare risposero con soluzioni innovative che fecero breccia nell’immaginario delle società più avanzate. Senza di loro, ad esempio, re Salomone (X secolo a.C. circa) non avrebbe costruito il Tempio che lo rese celebre. La piccola flotta di cui disponeva, ormeggiata nel porto di Ezion-Geber, non sarebbe stata sufficiente a procurargli l’oro, l’argento, il legno di cedro e gli altri materiali pregiati. Ma, per fortuna, c’erano i Fenici (Libro dei Re, 1, 9:26-28).

 

Tra etica e pragmatismo nel mondo del profitto

In sintesi: la transizione dal Mesolitico al Neolitico avvenne all’insegna degli «affari» e gli ultimi eredi degli Atlanti, cioè gli abitanti delle aree comprese tra gli attuali Paesi scandinavi e la Groenlandia, si distinsero per audacia e pragmatismo.
A qualcuno sembrerà strano che l’incubatrice dell’economia di mercato si sia trovata proprio nel luogo benedetto dove un tempo sorgeva uno dei due Centri Sacrali Secondari (quello occidentale, o nordatlantico, fondato dalla famiglia primordiale per custodire il sapere delle origini). A voler ben guardare, però, non è un paradosso. Chi lo dice? Bé, i fatti: se i soldi lasciano sempre una traccia visibile, come insegnano i romanzi gialli, il «filo religioso» li precede entrambi.
Ma partiamo dall’inizio, ossia dai «proto-atlantisti» che i Greci chiamarono phoinikes (φοίνικες), termine derivato dall’albero della palma, simbolo di vittoria e prosperità. Più espliciti gli Egizi parlarono di «genti spregiudicate provenienti dall’Haou-Nebout», il mitico luogo d’origine della razza umana situato oltre il S’n Wur, il Grande Verde, cioè l’Atlantico.

Considerati i padri spirituali dell’«atlantismo preistorico», costoro si affermarono nel III millennio a.C. in centri come Byblos, Sidone e Tiro grazie a un approccio originale improntato su pragmatismo e concretezza. Divenuti culturalmente e politicamente dominanti intorno al 1.200 a.C., essi rimasero sempre refrattari a qualsiasi forma di imperialismo egemonico, mostrandosi, sotto questo aspetto, vicini ai maestri artigiani toltechi e distanti dai loro discendenti.
Usando l’astuzia per concludere affari vantaggiosi, i Fenici non rinunciarono mai al proprio estro creativo, come testimonia la storia che segue. Già nel IV millennio a.C. gli Egizi producevano un materiale opalino per forgiare piccoli contenitori di liquidi preziosi, profumi ed essenze. Subodorando le enormi potenzialità del prodotto, gli astuti proto-atlantisti orchestrarono un’operazione di spionaggio industriale per carpire ai niloti i segreti di quella tecnica. La perfezionarono, lavorando più finemente la sabbia quarzosa, il bicarbonato di sodio, vari alcali come il marmo e il gesso. Scaldarono il materiale ad alte temperature (700-800 gradi), poi vi soffiarono dentro con delle cannucce, ottenendo una sostanza viscosa di rapido indurimento che si lasciava modellare in perline, oggetti di lusso ed eleganti recipienti.
Quanto a bellezza e lucentezza, i «falsi d’autore» dei Fenici non avevano nulla da invidiare ai gioielli autentici dei Siriani; inoltre, costavano meno della metà del prezzo e perciò potevano rivolgersi a una clientela più ampia e assidua. In fondo, che male c’era a godere dei frutti del proprio ingegno?

La fatica andava premiata, e tutto si poteva dire dei mercanti fenici fuorché battessero la fiacca. Il tempo per loro era oro, per questo viaggiavano giorno e notte guidati dalla magica luce di Sirio, situata nella costellazione del Cane Maggiore, e ribattezzata dai Greci «stella fenicia».
Tutti i posizionamenti erano strategici, con relative realizzazioni di punti di controllo lungo le principali rotte mercantili. La penetrazione dei territori avveniva per tappe, poco alla volta, attraverso l’approdo in punti scelti con metodica regolarità a distanze ravvicinate, a volte in prossimità di un promontorio e altre di un’isoletta, oppure in protette zone lagunari e foci di fiumi dove era più facile sbarcare e trovare riparo dal vento e dalle tempeste marine.
Se la popolazione locale era scarsa, i nuovi presidi venivano usati come scali necessari al rifornimento di viveri ed acqua, altrimenti si passava allo scambio vero e proprio delle merci: stagno, metalli, vetro, cereali, legnami, stoffe, porpora e spezie. Ne consegue che gli «atlantisti» in erba parlavano il linguaggio vivo della produzione, avendo come interlocutori lo stato sociale e la vita reale. Mentre gli «atlantoidi» dell’ultima ora, l’attuale, usano un idioma basato sul feticismo dei dati allo scopo di confondere le acque e occultare le proprie cattive azioni. Dalle stelle, alle stalle … d’altra parte, se l’uomo avesse il dono della chiaroveggenza, si fermerebbe un passo prima di cadere nell’abisso, dove puntualmente precipita.

 

Il commercio come vocazione

Purtroppo i Fenici furono papiro-dipendenti e gran parte delle notizie che li riguardano si è letteralmente sbriciolata nel corso del tempo. Ancora visibile, il «filo religioso» rivela tuttavia che il «tipo fenicio» non fu un soggetto del tutto materiale, insensibile alle questioni spirituali e senza dio. Al contrario, le sue azioni erano regolarmente supervisionate da un nume tutelare: Melqart (talvolta associato a Baal), una divinità di origine nordico-pelasgica (atlantica?) che non disdegnava i sacrifici cruenti, sia animali che, in alcuni contesti, umani. Ma l’argomento è complesso, e qui stiamo seguendo il percorso evolutivo – o se si preferisce involutivo – dello «spirito talassocratico» formatosi in tempi preistorici nelle aree geografiche oggi occupate da Gran Bretagna, Francia bretone, Olanda e «terra tra i due mari» germanica (Land zwischen den Meeren).

In quelle regioni le catastrofi postglaciali picchiarono duro, il dato è innegabile. Per millenni le comunità dovettero misurarsi con la potenza distruttiva della natura, un confronto che rese ancora più evidente la fragilità di arti e mestieri basati sul guadagno e sulla convenienza, che, si pensò ad un certo punto, potevano andare meglio se appoggiati da una religione capace di dare risposte sull’imprevedibilità del mondo.
Lungi dall’essere blasfema, l’idea riconosceva semplicemente l’evidenza dei fatti: una società priva di un centro, di un progetto condiviso, di una morale e di un sistema religioso solido poteva generare, al massimo, affari effimeri basati sulla sfiducia reciproca. Mentre, la presenza di un’entità ultraterrena in veste di garante avrebbe tranquillizzato entrambe le parti coinvolte.
Questo sacrosanto principio fu portato avanti da un’altra stirpe cresciuta a ridosso dell’Atlantico: i Galli (VI-IV sec. a.C.), che adottarono la figura di Apollo iperboreo nella sua forma più arcaica, quella di dio solare e profetico (sciamanico) dispensatore di benessere sia spirituale che materiale, spesso raffigurato accanto a una cornucopia.

Oltre alla benevolenza di Apollo, gli artigiani e i mercanti gallici potevano contare anche sull’appoggio di Mercurius (diverso sia dall’Hermes greco che dal Mercurio romano), a sua volta paladino dei «beni» e del «reddito». Al suo fianco c’era un nume tutelare femminile, Rosmerta, anch’essa simbolo della Fortuna e portatrice del corno dell’abbondanza.

Sostanzialmente positive, le figure arcaiche di Apollo Iperboreo, Mercurius e Rosmerta abbracciarono una molteplicità di significati non soltanto pratici ma anche simbolici e religiosi. La stessa cornucopia, comunemente interpretata come distributrice di doni materiali, fu concepita come uno dei simboli dell’anello, del compimento, del cerchio che si chiude. Si pensi alla potenza magica e rituale sprigionata dal bassorilievo della Venere di Laussel, risalente al Gravettiano; ma cerchiamo di non perdere di vista il «filo religioso».
Come si evince da quanto detto finora, la talassocrazia preistorica sprizzava antichità da tutti i pori: attenta al profitto, custodiva gelosamente i segreti delle rune, praticava la magia, preservava la memoria dei canti rituali e onorava gli dèi. L’intensità del messaggio fu tale, da non lasciare indifferenti le generazioni mercantili cresciute in seguito nelle regioni originariamente occupate dai doggerlandiani (Gran Bretagna, Paesi Bassi, nord della Germania, Danimarca, eccetera), dove radicò piuttosto bene la convinzione che i contratti stipulati all’ombra di una religione erano più vantaggiosi.

S’innestò su questa pianta culturale l’etica calvinista scaturita dal protestantesimo, che subito dichiarò la sua verità: l’uomo non veniva al mondo per divertirsi, ma per lavorare e produrre, conducendo una vita frugale. Qualsiasi fosse la professione svolta, essa andava vissuta come una sorta di vocazione divina, perciò i «buoni raccolti» erano da considerarsi la giusta ricompensa per l’impegno individuale profuso (M. Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Rizzoli, Milano, 1991).
In realtà nell’ottenimento del risultato gioca una molteplicità di fattori, non sempre il successo dipende dallo sforzo impiegato. Per sostenere l’opposto il protestantesimo dovette infatti prendere le distanze dal cristianesimo ortodosso e agganciarsi all’antica idea gnostica della predestinazione (pneumatici, psichici, ilici), che, riducendo il ruolo dell’uomo nel processo di salvezza, attribuiva tutto il resto alla sovranità e alla grazia del Signore.

Finiva il «comunitarismo», cioè il senso di comunità. Iniziava l’epoca dell’individualismo, via via sempre più sfrenato, volto a decantare la ricchezza derivata dal successo professionale. Ma poiché nessuna religione è eterna, cominciarono a passare di moda anche l’egoismo radicale e la fiducia nel libero mercato.
Oggi i rimedi proposti dalla semplicità intellettuale dell’ideologia globalista appaiono peggiori del male (P. Mair, Governare il vuoto. La fine della democrazia dei partiti, Rubettino, Soveria Mannelli, 2016). Bolliti appaiono anche i cosiddetti «sciamani visionari» della Silicon Valley, usciti a loro volta dal calderone geo-socio-culturale del visionarismo gnostico-anabattista. Tutte le vecchie formule risultano ormai inefficaci, né il mondo sembra più disposto a seguire gli ex-atlantisti diventati atlantoidi: troppo lontani dalla sacralità del patto tra gli esseri umani e dio, ma soprattutto inadeguati a guidare il ritorno dell’umanità allo stato zero.

 

Ricercatrice indipendente, scrittrice e saggista, Rita Remagnino proviene da una formazione di indirizzo politico-internazionale e si dedica da tempo agli studi storici e tradizionali. Ha scritto per cataloghi d’arte contemporanea e curato la pubblicazione di varie antologie poetiche tra cui “Velari” (ed. Con-Tatto), “Rane”, “Meridiana”, “L’uomo il pesce e l’elefante” (ed. Quaderni di Correnti). E’ stata fondatrice e redattrice della rivista “Correnti”. Ha pubblicato la raccolta di fiabe e leggende “Avventure impossibili di spiriti e spiritelli della natura” e il testo multimediale “Circolazione” (ed. Quaderni di Correnti), la graphic novel “Visionaria” (eBook version), il saggio “Cronache della Peste Nera” (ed. Caffè Filosofico Crema), lo studio “Un laboratorio per la città” (ed. CremAscolta), la raccolta di haiku “Il taccuino del viandante” (tiratura numerata indipendente), il romanzo “Il viaggio di Emma” (Sefer Books). Ha vinto il Premio Divoc 2023 con il saggio “Il suicidio dell’Europa” (Audax Editrice). Altre pubblicazioni: "La vera Storia di Eva e il Serpente. Alle origini di un equivoco" (Audax Editrice, 2024). Attualmente è impegnata in ricerche di antropogeografia della preistoria e scienza della civiltà.

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